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Friday, 22 February 2019 14:48

Il centro nevralgico dell'universo

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22 febbraio 2019

di maurizio paolillo

Il 12 febbraio scorso è venuto a mancare Gordon Banks. Per la maggior parte dei miei lettori la notizia significherà poco. Solo pochi appassionati, dotati di capelli bianchi e buona memoria, ricorderanno il nome di colui che fino a pochi giorni fa appariva solo un innocuo omino, ottantenne e non troppo in salute. In realtà è stato uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, Campione del Mondo con l’Inghilterra nel 1966. Come poteva capitare solo a quell’epoca, giocò sempre in squadre di livello medio, il Leicester e lo Stoke City, ma, nonostante ciò, collezionò 73 presenze nella rappresentativa dei 3 Leoni e una Coppa del Mondo, o Coppa Rimet come si chiamava allora.

Nell’immaginario collettivo, il suo nome è associato in prevalenza a un episodio avvenuto nel corso del successivo campionato mondiale, quello di Mexico ’70. L’Inghilterra campione in carica incrociò, nel girone eliminatorio, i grandi favoriti del Brasile, considerata la più grande squadra di tutti i tempi. Almeno 8 di quegli 11 erano autentici fuoriclasse, ma il più grande di tutti era O Rey, Pelé. Siamo nel primo tempo, sul risultato di 0-0; su perfetto lancio verticale del capitano Carlos Alberto, l’incontenibile Jairzinho sfugge al terzino Cooper e pennella un cross al centro per la testa di Pelè. La Perla Nera stacca in maniera prepotente e indirizza con forza e precisione verso il secondo palo. Prima di posare i piedi a terra già prorompe in una gioia incontenibile per il gol oramai certo. Ma il grido gli si strozza in gola quando si accorge che l’ineffabile Banks, che era appostato dalla parte opposta a coprire il suo palo, con un imprevedibile balzo da pantera, caccia fuori il pallone dalla porta deviandolo oltre la traversa, tra lo stupore di compagni, avversari, pubblico e commentatori vari. Sarà ricordata semplicemente come: la parata del secolo

Il suo momento di massima gloria resta indubbiamente il Mondiale del ’66. Quella edizione sarà ricordata come una delle meno spettacolari, con più tatticismo e minor numero di gol della storia. Però a vincerlo fu una grande squadra, con molti ottimi calciatori, un attaccante implacabile, Geoffrey Hurst, tirato fuori dal cilindro un attimo prima dell’esordio, e almeno 3 fuoriclasse: il difensore centrale e capitano Bobby Moore, con una dotazione di fosforo e classe difficilmente eguagliabili; il grandeBobby Charlton, attaccante moderno, dotato di classe e potenza, pallone d’oro in quello stesso ’66; infine il nostro Gordon Banks, il re del piazzamento, portiere sempre essenziale, raramente plateale, straordinariamente efficace.

A ben vedere, però, quel Mondiale non fu vinto dall’Inghilterra squadra di calcio, bensì dall’Inghilterra nazione. Il 30 luglio 1966, giorno della finale di Wembley, Londra non era solo la capitale del pallone, era la capitale del mondo!

Eravamo nel pieno dei favolosi anni sessanta e tutto stava accadendo nella grande isola a nord della Manica. I Beatles non erano un fenomeno musicale e di costume in sé; sono stati la punta di diamante di un movimento di portata planetaria noto come british invasion, forse il primo fenomeno di globalizzazione culturale dell’era moderna. C’erano allora una miriade di gruppi che dominavano il mercato musicale: c’erano i Rolling Stones, che contendevano lo scettro reale ai 4 di Liverpool; ma c’erano anche gli Who, i Led Zeppelin, i Kinks, gli Yardbirds, i Cream, i Traffic, David Bowie, Eric Clapton, Rod Stewart, ma anche i Pink Floyd, i Genesis, i Jethro Tull, i King Crimson e mille e mille altri. Tutti sudditi di Sua Maestà Elisabetta II. È stato l’unico momento del XX secolo in cui la Gran Bretagna ha colonizzato gli USA! Persino un’icona della cultura americana come Jimi Hendrix, per metà afroamericano, per metà cherokee, o un cantore della città di New York come Lou Reed, in quegli anni, dovettero emigrare a Londra per trovare produttori, pubblico e successo.

Era l’epoca della Swinging London, l’epoca in cui tutto accadeva qui. La musica è stato solo l’aeroplano a bordo del quale ha viaggiato una filosofia che, sull’onda della contestazione giovanile, si è affermata in tutti i campi della cultura popolare.

Dalle londinesi King’s Road e Carnaby Street provenivano le tendenze più dirompenti e trasgressive della moda, a cominciare da Mary Quant, colei che impose al mondo la minigonna.

La Pop Art nasce in Gran Bretagna a partire dagli anni sessanta, sviluppandosi prima negli USA e poi in tutto il mondo occidentale.

Anche un maestro del cinema come Michelangelo Antonioni, in quel fatidico 1966, girò a Londra Blow Up, un film iconico per la cultura beat.

Nello stesso anno, Alberto Sordi, insuperato analista del costume nazionale, scrisse, diresse e interpretò Fumo di Londra, rappresentazione emblematica del piccolo borghese italiano che aspirava ad essere al passo coi tempi scimmiottando goffamente lo stile british, con esiti assolutamente grotteschi.

Insomma, negli anni 60 Piccadilly Circus era veramente l’ombelico del mondo; nel triangolo Leicester SquareCovent GardenSoho accadevano tutti gli eventi chiave della cultura pop mondiale; quotidianamente, nella metropolitana londinese si esibivano artisti di strada di qualsiasi stile o ispirazione, trasformando i tunnel dell’underground nel più grande palcoscenico per aspiranti rock star del mondo (altro che talent show…).

La Coppa Rimet non fu altro che l’occasione per accendere i riflettori dei media del pianeta sul centro di tutte i cambiamenti, le istanze, i sommovimenti che agitavano dal profondo la cultura di un’intera generazione. Una spinta che fece lievitare al punto giusto l’impasto del mondo giovanile.

Un altro esempio di come il calcio riesca, a volte, a riflettere il mondo, la società, addirittura la storia.

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