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Il Calcio è della Gente! slogan dell'Associazione Sogno Cavese - Articoli filtrati per data: Marzo 2018

Giovedì 22 marzo c.a. si è conclusa la stagione regolamentare del Torneo “Quando gli Scarpini erano Neri”, giunta alla sua 5^ Edizione.

La gara che ha chiuso la contesa per il primato è stata vinta dagli “Amici di Passiano”, che superando la “Domenica Sprint” con risultato largo, si è anche aggiudicato lo scudetto tricolore, affermandosi meritatamente vincitrice del campionato.

A onor del vero, la classifica finale indica in testa due squadre appaiate, Amici di Passiano insieme a “La Fenice”, ma negli scontri diretti gli Amici di Passiano hanno avuto la meglio con un pareggio nel girone di andata e una vittoria di misura nel girone di ritorno.

Ed è stata proprio questo scontro diretto a racchiudere l’espressione dell’intero campionato. Una partita davvero bella e avvincente, a cui ho avuto il piacere personale di assistere, gustando il sapore antico delle vecchie battaglie, quelle d’altri tempi.

Una gara così palpitante fino all’ultimo minuto, anzi direi proprio all’ultimo secondo, a cui era da tempo che non mi capitava di emozionarmi.

Nell’occasione Gli Amici di Passiano hanno giocato in salita per tutta la durata del match, sempre a rincorrere il risultato. Di contro La Fenice sembrava dominare gli avversari, controllando bene gli avversari in ogni zona del campo, dietro la regia di Claudio Siani, difensore tenace che dalle retrovie sa ben leggere la partita, dettando la tattica migliore per imbrigliare le trame degli “Amici”. Ma non sono bastate la grinta di Dario Ferrara, la tecnica di Davide e Daniele Senatore, la corsa di Mario Rispoli e la lucidità sotto porta dell’attaccante Maurizio Alfieri. Senza dimenticare il supporto tecnico e morale di Gabriele Adinolfi.

Gli Amici di Passiano hanno una marcia in più. La marcia in più si chiama Francesco Lamberti, che alla bravura tecnica abbina quella determinazione che trascina l’intera squadra, come si suol dire, gettando il cuore oltre l’ostacolo. Per lui la parola soccombere non esiste.

Mancano due minuti alla fine della gara e La Fenice passa in vantaggio per l’ennesima volta, dopo il precedente pareggio degli Amici di Passiano.

Sembra fatta per i ragazzi di Alfonso Ferrara, vero riferimento de La Fenice.

Passa un minuto ed è subito pareggio.

A quel punto tutti eravamo convinti che fosse finita, con un pareggio giusto che rispecchiava perfettamente l’impegno profuso da entrambe le squadre.

L’ottimo arbitro Sig. Pagano sta per fischiare, ma Francesco Lamberti ci crede ancora e scocca dalla distanza il tiro che risolve al fotofinish la partita e il campionato.

Così Gli Amici di Passiano possono raccogliere il frutto di quanto seminato fin dalle prime partite di ottobre, quando sono subito emerse le caratteristiche di una squadra ben organizzata da Carmine Sorrentino, sia fuori dal campo che sul terreno di gioco, con la classe di Giovanni Ventre, di Antonio Marrafino e di Silvio Pisapia, oltre che di Francesco naturalmente, coadiuvata dagli instancabili portatori d’acqua, come Gerardo Rega alias Jerry e Antonio Abatemarco. In porta poi l’ottimo Carmine Adinolfi è stato un vero baluardo impenetrabile.

Vittoria meritata dei vincitori, ma onore al merito per i vinti. I ragazzi della Fenice hanno ben figurato e possono uscire dal campo a testa alta.

Possono uscire a testa alta anche e soprattutto per il messaggio sociale che questa squadra esprime in ogni partita, oltre il gioco del calcio, non rinunciando mai alle presenze indispensabili e imprescindibili di Vincenzo, Ciro, Nunzio, Adriana (unica donna del torneo), Gaetano e Carmine. Senza di loro la Fenice non esisterebbe, sono loro l’anima e i veri protagonisti della loro squadra.

Perdere così il campionato, all’ultimo secondo, brucia tantissimo e qualche mugugno non è mancato, ma è giusto un attimo e ci sta tutto.

La correttezza e l’agonismo hanno trovato l’equilibrio giusto, in questa gara come per tutto il campionato.

Ed è da questi valori che vorrei esprimere le mie considerazioni generali di questa bellissima edizione.

Senza dubbio il torneo Scarpini è una delle più impegnative tra le inziative messe in opera dall'Associazione Sogno Cavese, a cui dedichiamo tempo e tanta passione.
Profondiamo il massimo impegno cercando di offrire ai partecipanti un’organizzazione efficiente e servizi di buon livello, dai campi di gioco, alle infrastrutture, al settore arbitrale, alla commissione disciplinare, e per finire al supporto digitale, con siti dedicati dove vengono pubblicati in tempo reale risultati e classifiche, ma anche foto che immortalano le fasi più significative dei protagonisti.

Cerchiamo di non trascurare nulla, come nello stile che caratterizza l'Associazione, sempre attenta ai bisogni dei partecipanti e ad ascoltare i loro suggerimenti.
Tuttavia il Torneo Scarpini, almeno nella nostra intenzione, vuole andare oltre, con obiettivi ancor più sfidanti, al di là delle nostre stesse capacità.

In questi 5 anni non abbiamo mai smesso di credere nel coinvolgimento diretto dei protagonisti, costantemente chiamati in causa, per condividere con l'organizzazione gli aspetti logistici, orari, regolamento e persino la formula delicata degli arbitraggi. Oltre alle persone interne all’Associazione, anche quest’anno sono stati coinvolti gli atleti delle squadre, resisi disponibili a mettersi in gioco col fischietto, vivendo un'esperienza dall'altra parte della barricata.
Non è stato facile, ma i segnali positivi non sono mancati. La conferma di Sebastiano Boccitto rappresenta un risultato che ci dà coraggio e fiducia per la strada intrapresa.

La ciliegina sulla torta è stata posta, dulcis in fundo, proprio nella parte finale del campionato, da Matteo Buonfiglio, resosi disponibile agli arbitraggi infrasettimanali, aggiungendo competenza tecnica indiscutibile e soprattutto l’amicizia delle sue radici cappucciniane, comuni a molti di noi. A Matteo va la nostra stima per aver avuto il coraggio di avvicinarsi con curiosità alla nostra realtà, conosciuta solo attraverso le parole dell’amico Massimino Apicella. Sarei molto felice se questo sodalizio continuasse.

Senza alcuna forzatura, nè pretesa, anzi lasciando spazio alla spontaneità e alla fantasia, abbiamo creato un clima in cui i calciatori e i partecipanti a vario titolo avessero l'opportunità di poter esprimere la loro proattività, vivere e sentirsi parte integrante dell'organizzazione stessa del "loro" torneo, compiendo un piccolo passo per responsabilizzarsi alla correttezza, alla lealtà e al rispetto per i compagni e per gli avversari.
In questo clima di condivisione, il nostro campionato degli "Scarpini" sta assumendo sempre più le connotazioni di un campionato "tranquillo", dove giovani e over 40 possono divertirsi insieme, coniugando il desiderio legittimo di giocare una partitella di calcio, tra amici, senza rinunciare a quella sana carica agonistica che ci consente di stringerci la mano a fine gara o agli sfottò sotto le docce, anche se fino a qualche minuto prima non sono stati lesinati calcetti e parole, senza oltrepassare i limiti consentiti.

Tutto questo bel patrimonio vogliamo portarlo avanti, se possibile implementarlo e migliorarlo.

Dipende molto dalla volontà dei partecipanti medesimi. Noi ce la stiamo mettendo tutta, ma il resto spetta a loro. Il loro potenziale contributo organizzativo è auspicabile, ma non è indispensabile, nè lo pretendiamo.

Ciò che pretendiamo è il loro impegno a partecipare, quello sì non può e non deve mancare. Quest’anno abbiamo avuto troppe partite rinviate o saltate all'ultimo momento, a causa di una pessima organizzazione interna alle squadre e a una condizione eccessivamente permissiva concessa ai referenti.

Tutto ciò ha causato disagi notevoli a chi tutti i giorni della settimana sta lì sul pezzo a mettere insieme i vari tasselli del puzzle, ovvero squadre, referenti, arbitri e gestore del campo. Non è facile e non si può mandare in fumo tutto questo immane lavoro a pochi minuti dalla partita.

Per l’anno prossimo correremo ai ripari e apporteremo i dovuti correttivi.

Il nostro impegno profuso, e il nostro non è affatto a scopo di lucro, non può prescindere dalla serietà delle persone.

Ora godiamoci questa pausa Pasquale, ma subito dopo vogliamo continuare a divertirci tutti insieme con la fase post-campionato della Coppa Cappuccini, altro storico trofeo molto ambito dagli atleti.

Si giocherà finalmente in un periodo dove la mitezza del clima favorirà l’afflusso serale di molti spettatori, che speriamo possano divertirsi assistendo alle imprese dei loro amici e parenti sul rettangolo di gioco.

Appuntamento dunque a dopo Pasqua.

Ed è proprio con gli auguri di Buona Pasqua che l’Associazione Sogno Cavese desidera salutare e abbracciare tutti coloro che hanno reso possibile questa 5^ Edizione degli Scarpini, dai giocatori, referenti, arbitri, organizzatori, al cronista unico e onnipresente Benito Vaccaro (oramai specialista dal dischetto……..senza portiere tra i pali !!!), ai gestori del campo, e a tutti i soci di Sogno Cavese, che anche solo col cuore hanno sostenuto e supportato l’idea di questo campionato.

 

Paolo Polacco

Mercoledì, 21 Marzo 2018 20:55

Tu puoi

                                                

   “Lo sport va a cercare la paura per dominarla,

    la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla”

                                                                                               Pierre de Coubertin

 “Timshel”(tu puoi) è una delle più importanti e significative parole della lingua ebraica. Essa implica una scelta, e va a significare che la via è aperta. Rimette tutto all’uomo. E’ importante perché se “tu puoi”, e anche vero che tu “non puoi”. Per il grande filosofo danese Soren Kierkegaard, scegliere in realtà era la prova dello stato di dramma permanente in cui si trova l’uomo. Di fronte ad una “possibilità che sì” e ad una “possibilità che no”, egli(l’uomo) si accorge di non possedere alcun criterio di scelta. In parole povere sovente brancola nel buio. Spesso, però, si dimentica che, in ogni caso, sono proprio le persone brancolanti nel buio che fanno accadere le cose. Se uno dei più geniali matematici mai esistiti, Blaise Pascal, era arrivato a sostenere che la scelta della cosa più importante della vita, il lavoro, è affidata al caso; allora si deve per forza giungere ad una conclusione: nello sport italiano, e quindi anche nel calcio, si sta sbagliando davvero tutto. Qualche giorno fa Vittorio Feltri, direttore editoriale e fondatore del quotidiano “Libero”, ha vergato un interessante articolo sull’esperienza(in parte anche sua) e la storia degli oratori italiani. Feltri racconta di  un’Italia,   dal dopoguerra in poi e prima che diventasse eccessivamente “americana”,  che riconosceva negl’oratori un necessario punto di aggregazione giovanile di estrazione cristiana e non(Feltri, per esempio, non è mai stato credente). Negli oratori  si praticavano sport(erroneamente si è portati a ritenere che l’unico sport praticato fosse il calcio), si avevano i primi approcci con il teatro, con il cinema, con la formazione professionale. Tutto, negli oratori, era svolto nel nome della gratuità, laddove per gratuità non si deve intendere solo in quello di mancanza di scambio di denaro, ma anche in quella gratuità quasi folle che determina ogni azione dell’infanzia e dell’adolescenza. Una gratuità in cui gli adolescenti vivono le cose con anarchia, sregolatezza e naturalità,  e che la modernità contemporanea tenta di imbrigliare e ridimensionare all’interno e in funzione di una cultura della norma. Negli oratori raccontati dal giornalista bergamasco, gli infanti e gli adolescenti potevano tranquillamente, e senza che su di loro si gravasse una qualche responsabilità, un giorno giocare portiere in una partita al campetto, e il giorno dopo dedicarsi a qualche tiro a canestro o ad una corsa di resistenza. Questo mentre si provava a mettere in piedi una piece teatrale, immaginandosi per qualche ora attori o drammaturghi. E tutto questo avveniva in un contesto di libertà, che permetteva ad ognuno di scoprire il meglio di sé. Chi giocava a calcio, e non frequentava gli oratori, aveva a disposizione cortili e campetti di fortuna per divertirsi, e provare, e osare. Ed è in questi momenti di pura gioia, che a qualcuno capitava di scoprirsi un talento così pronunciato e particolare da prefigurarsi un’ipotesi di “provino” presso il settore giovanile di qualche squadra importante. Oppure erano tifosi improvvisatisi osservatori, a segnalare il genio apparso improvvisamente in un cortile o in un oratorio. Erano tempi in cui tutti potevano partecipare alla vita della propria squadra del cuore, e in cui la squadra del cuore lo consentiva come la cosa più naturale del mondo. Fu Bob Bishop, di professione lattaio ma anche osservatore del Manchester United, a scoprire in un dettaglio della struttura urbana di Belfast il talento fuori dal tempo di George Best. “quando ero ragazzo avrei giocato sette giorni su sette”, ebbe modo di raccontare il fuoriclasse nordirlandese, in molti di quei momenti in cui un giovane uomo ama ricordare il suo recente passato. Il calcio, e molti altri sport, si sono alimentati per moltissimo tempo dell’anarchia, della libertà e della gratuità che faceva decidere al caso la scoperta di un campione.” Se non si è toccato un pallone a piedi nudi almeno una volta, non saprai mai veramente cosa sia”, recitava la battuta di un film. Ma la società del benessere e del passatempo organizzato ha da tempo dimenticato la conoscenza del camminare a piedi nudi, e sarebbe(giustamente) passibile di allarmismo o denuncia un genitore che facesse circolare per strada un figlio a piedi nudi. Non si può vivere guardandosi indietro, le cose cambiano e portano le persone verso nuovi scenari e nuove abitudini. Oggi gli infanti e gli adolescenti praticano sport in strutture organizzate e a pagamento, e non possono saltare da un sogno all’altro, come negli oratori descritti nell’ articolo di Vittorio Feltri. Non ci sono tifosi che, casualmente, li vedono provare virtuosismi in qualche luogo improbabile, ma genitori che li controllano severamente da tribune improvvisate in palestre e campi in erba sintetica. Genitori  “controllori” con l’orologio in mano, ansiosi che finiscano quelle due ore bisettimanali(o settimanali) pagate in una retta mensile stabilita. Forse l’Italia non ha, da tempo immemorabile, atleti di livello nel fondo e mezzo fondo, perché non c’è nessuna palestra o società amatoriale che chieda a dei genitori una retta mensile, per vedere correre i propri figli verso un orizzonte infinito. O forse dei genitori troverebbero assurdo pagare per vedere degli adolescenti, semplicemente, correre. I bambini non giocano più a calcio fino al calar della sera, ma sono irreggimentati in scuole calcio. Se qualcuno bravo viene fuori, e prima o poi in un Paese come l’Italia viene fuori, non viene notato da un tifoso appassionato osservatore, ma da un procuratore. Ed ecco  il divertimento  trasformarsi immediatamente in commercio. E se, come si è detto, non si può vivere guardandosi indietro, qualche rimedio alla mancanza di campioni bisogna pur trovarlo. E se lo spirito dell’oratorio e del cortile questi campioni li ha dati, allora forse occorrerebbe guardare a modelli similari. Pensare a delle polisportive, a dei luoghi dove tutte le società sportive di un determinato territorio si possano ritrovare per celebrare lo spirito dello sport, mettendo insieme ogni  risorsa economica e strutturale, potrebbe essere una risposta con uno sguardo rivolto al futuro. Non sarebbe male se insieme ad un Toro calcio, esistesse un Toro pallacanestro, un Toro Pallavolo, un Toro Pallamano, ecc. Non sarebbe stato male se il rinato Stadio Filadelfia ci fosse stato un canestro dove dei bambini convenuti ad assistere all’allenamento dei granata, in un momento di fantasia, avessero avuto voglia di provare un terzo tempo o un tiro a canestro. Non sarebbe stato male  trovare una piccolo quadrato di cemento dove provare a fare qualche scatto con i pattini. Magari si sarebbe già scoperto qualche prodigio in erba del pattinaggio a rotelle. Bello sarebbe se lo sport tornasse ad essere quel luogo dove il bambino riscoprisse quel “tu puoi”, che è il valore principale di ogni competizione sportiva, e di ogni attimo della nostre vite. Questo vorrebbe dire tornare ad essere una comunità(i tifosi di una squadra non sono forse una comunità?). L’Italia, nel tempo, e stata scritta e riscritta come su una lavagna, ma il calcio avrebbe dovuto rimanere la sua costante nel tempo. Il calcio italiano ha regalato miracoli, improvvisi tracolli, favole degne di essere raccontate,  ammirate in ogni parte del mondo. Ma ora questa costante pare essersi smarrita, i luoghi del “tu puoi” sembrano essersi persi in una delle tanti vertigini che la vita impone. Ma certe cose non si distruggono, sono solo riposte in qualche cassetto in attesa di essere tirate fuori. In una recente intervista Nicolas N’Koulou ha ricordato  che “i bambini devono fare quello che vogliono… io ad esempio vengo da una famiglia di musicisti, ma mia madre ha sudato perché io intraprendessi la carriera di calciatore”. Sport, arte, sogni, lavoro, sentimenti… forse si dovrebbero creare le premesse per lasciare che il caso faccia il suo lavoro. In questi giorni è scomparso Stephen Hawking, uno dei più prestigiosi scienziati del nostro tempo, ed è quanto mai necessario ricordare a chi si occupa di organizzare lo sport per i nostri figli un suo celebre pensiero: “ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi… per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire”.

 

Anthony Weatherill

(ha collaborato Carmelo Pennisi)

Il report del progetto ‘Clubs and Supporters for Better Governance in Football’: cresce e si consolida la rete di SD Europe. Il network europeo pronto alle nuove sfide.

Clicca sul link per leggere l'articolo in inglese suk sito istituzionale di SD Europe

 

Pubblicato in Supporters in Campo